Efa hoavy (canzone) e Mia nonna Ravavy (racconto)

Canzone realizzata con l'uso di strumenti tradizionali ed ispirata a melodie salegy trasmesse dalla mia nonna materna Ravavy. Il salegy è il ritmo più noto del Madagascar, caratterizzato da successione poliritmica e derivato dalla musica antsa utilizzata in molte cerimonie rituali delle etnie tsimihety, betsimisaraka e sakalava del Nord e dell'Est.

Ascoltate qui la canzone
 

 

unnamed

Ioh ioh oa mama eeeeee iha, ioh ioh zahay fa hoa avy eee, a mama eee [x2]
Tegna efa ela nialako tagny, nefa ndrek’aza mba magnady eee
Zaho ty efa mihomankomagna,
Efa hoavy eeeee
[Refrain x2]
Omby lahy mazava loha, tsara mandeha tsara miherigny ee
Zaho aty efa mihebikebika eee,
Efa hoavy eeee
[Refrain x2]
Tsy mipoera vady mahay mandihy eee, tsy nahita mba mizahava
Tso ndreky anao manegniny, zahay efa navy eeee
[Refrain x2]
Ioh ioh ioh a baba eia, ioh ioh zahay efa navy ee, a baba eeee
Tso ataonao magnena foagna zahay e, azonao atao malaka honona
Soma, tsimihety [x3]
Salegy ny tsimihety [x3]
Soma ny tsimihety [x4]
Hitako anao manjoninjonigny
Manjoninjony karaha miasa loha
Mieritreritra vady efa lasan’olo
Ambialao agny anao k’aza maty lolo
Soma [x3]
Hitako anao mangorohoro
Mangorohoro karaha te hoazon-tazogno
Tsara amin’azy mandeha aty
Mandeha aty magnano dihy kawitry
Dihy kawitrinay mahafaka asa loha
Saleginay soman-dady be
Soma, soma, soma [x2]

Texte de Olga del Madagascar
Musique de R.J dit “13-1


[TRADUZIONE IN ITALIANO]

ARRIVANDO

Io, oho iha mamma eeeeee iha, ioh ioh stiamo arrivando, mamma eee [x2]
È da tempo che sono via, ma non rimproverarmi eee
Mi sto preparando,
Sto arrivando eeeee
[Refrain x2]
Lo zebù dalla testa chiara, parte bene e bentornato
Mi sto preparando eee,
Sto arrivando eeee
[Refrain x2]
Non mi vanto di come balla mio marito, dunque vieni a vederlo
Non ti dispiacerà, eccoci qua eeee
Ioh ioh ioh papà eia, ioh ioh siamo già arrivati ee, papà eeee
[Refrain x2]
Non dire che mi sto solo vantando, ora guarda bene la mia danza
La danza dello tsimihety [x3]
Il salegy dello tsimihety [x3]
La danza dello tsimihety [x3]
Vedo che sei un po’ preoccupato
Preoccupato come se fossi pensieroso
Stai pensando a lei che ti ha già lasciato
Lascia stare, non ammazzarti
Divertiti [x3]
Vedo che stai tremando
Tremando come se fossi malato
È meglio che vieni qui
Vieni qui a ballare il kawitry
Il nostro kawitry che cancella tutti problemi
Il nostro salegy è la musica di mia nonna,
Allora, danza, danza, danza [x2]

 

LA MIA NONNA RAVAVY
 
I  
 
Vi presento la mia casa. È fatta di ravinala (albero del viaggiatore) e di bambù. L’ha costruita a mano mio papà. Lui sa fare proprio di tutto con il coupe-coupe (machete), con l’ascia e con il martello. È anche per questo che la mia mamma l’ha sposato. Il mio paese è il più bello e più profumato del mondo. È abitato da gente buona, bella e gentile. Andapa, la città dove sono nata, è circondata da montagne, dove vivono piante e animali che non puoi trovare altrove. Ci sono fiumi limpidi, dove faccio il bagno con i miei amici e i miei fratelli. Per una bambina come me vivere qui è il massimo. Oh, che gioia la mia vita, sempre felice, giorno dopo giorno! Salgo e scendo dagli alberi. Modello le mie bambole con la terra rossa delle risaie. Qualche volta provo a fare piccoli zebù, rane e maialini. I lemuri però non mi vengono così bene come ai miei fratellini. Che buffo! Oggi è lunedì, Alatsinainy come diciamo noi. Corro a scuola con le mie infradito. Fischio lungo per chiamare le mie amiche Charlotte e Blandine. «Alôhy!» Andiamo. La mia cartella è fatta di rafia. Se piove, vanno via i colori e si inzuppano i quaderni. Mi arrangio un po’ per non fare spendere troppo alla mia mamma, che non ha tanti soldi. La nostra cultura è un arcobaleno di popoli e di credenze. Già, perché il popolo del Madagascar è per metà cristiano, mentre l’altra metà crede molto negli spiriti della terra. Abbiamo nel sangue la storia di mille popoli: degli indonesiani, degli africani e degli arabi. Anche dei pirati, che sono venuti sulla nostra isola per sfuggire alla legge. Ecco a voi masera (suora) Marie Paule, che ci aspetta. «Vite vite, les enfants, c’est déjà l’heure!» Lei è una suora francese. Bella, magra e alta. Ma non sa parlare malagasy. Ci porta in chiesa ogni giovedì a pregare. Noi ci divertiamo a cantare in chiesa, siamo tutti allegri.    II   Qui da noi i vivi e i morti sono praticamente la stessa cosa. I morti diventano razana, gli dèi antenati, e proteggono il nostro focolare e la famiglia. Mia nonna materna Ravavy prega gli spiriti della foresta e crede nel sacro fiume Jabahigny, che scorre dove lei è nata. Non si trucca mai. Si lava con il savonigasy (sapone di terra) ogni mattina. Ha un viso senza macchie e profuma di vaniglia, l’oro verde del Madagascar. Davvero non le piace la carne di lambo (maiale), ma ama le uova d’oca, la carne bianca e le verdure.
 
È gentile e rispettosa. Nella sua umile capanna ospita spesso tante persone, dai più piccoli ai più vecchi. Non mi sgrida mai. Anche se poi brontola spesso con mio nonno. Mia nonna ospita tanti tipi di tromba (Manifestazione di possessione del Madagascar e delle Comore), gli spiriti degli antenati, i razana. In questi casi si veste di solito di rosso, con una specie di pareo che si chiama lambamena. Il tromba della nonna cura molto la gente. Fa miracoli antichi. Non quelli con la Madonna o con i santi arrivati con i preti. Solo pochi fra di noi malagasy hanno il dono del tromba, che si manifesta soprattutto nelle donne e nelle bambine. Mia nonna non si ricorda di nulla dopo essere stata posseduta dallo spirito del tromba. Pensa di essere una persona normale. Non ingrassa mai e non è mai andata in ospedale. Ha paura dei medici. Quando ci accompagna dal dentista mi dice: «Ma che brutto lavoro! Com’è il male ai denti? Che cos’è mai il mal di testa?» Lei vorrebbe ammalarsi qualche volta, ma no, è sempre sana e in forma.   III   In un attimo è finita la settimana. È già sabato. – Mamma, posso andare dalla nonna? – Sì, ma lavati bene prima di correre da lei. – Sì, mamma, lo so. Però, non so davvero perché ogni volta che vado dalla nonna, devo lavarmi… Mica sono sporca! – Oh mia principessa, non sei sporca per niente, ma abbiamo fatto un pranzo a base di maiale. Il maiale è cibo impuro e al tromba della nonna non piace proprio. – Mamma, perché allora noi mangiamo il maiale? – Taci Fara! Fara vuol dire ultima, perché io sono l’ultima femmina di ben tredici fratelli. A volte la mia mamma mi chiama così per coccolarmi. – Tu fai troppe domande. Non ho mai visto una bambina così chiacchierona. Se continuerai così nessun uomo ti sposerà. – Non mi sposerò mai. Starò sempre con te mamma. Poi perché mai devo sposarmi? Non voglio un comandante come mio padre! – Vediamo un po’ quando diventerai grande. – Te lo prometto, mamma, te lo giuro.
 
IV
 
Guardami. Sto andando verso la casa della nonna. Ora corro a perdifiato lunga la strada di terra battuta, costeggiata di palme da cocco, litchi, papaie e alberi del viaggiatore, carichi di frutti e profumati. Mentre corro ballo. Sono proprio felice di andare da lei. – Arrivo nonna. Abbracciami! Lei mi guarda dritta negli occhi. – La mamma sa che sei venuta qui? – Sì nonna. E mi sono anche lavata bene. – Allora aiutami a stendere e a far seccare la vaniglia, il caffè e il riso. Al sole. Adoro aiutarla nei lavori domestici. Mi piace anche raccontarle tante cose, perché ho molta fiducia in lei. Le confesso che ho tirato i capelli di una bambina a scuola. La nonna mi dice di chiederle scusa non appena la vedrò. E di non farlo più. – Devi sempre fare la brava, hai capito? – Va bene nonna, te lo prometto. Poi mi racconta la storia dell’orco Darafify, che mangiava le persone. – Che paura, nonna. Basta, non la voglio più sentire! – Non aver paura Mena, è sola una storia, una tantara. Nessuno ti mangerà mai.                                                
 
Mena vuol dire “rossa”, perché i miei capelli sono chiari, come il mio viso. A volte mia nonna mi chiama così. Chissà chi fra i miei antenati aveva i capelli rossi…  
 
V
Nell’aria profumi e aromi di tutti i tipi. E musica ritmata, come il battito del cuore dello zebù. Oggi sono a una festa tradizionale. Tutte le donne indossano i vestiti tradizionali lambahoany, mentre gli uomini il kitamby. Quando si entra in casa, bisogna lasciare le ciabatte davanti alla porta. Laggiù c’è un suonatore di fisarmonica, che fa ballare tutti, e ci sono anche i cantanti! Mi diverto, canto, e ballo la satrahangna con gli altri. Silenzio all’improvviso. C’è mia nonna al centro della stanza! Indossa il lambamena, ha il viso decorato con il tanifotsy (argilla bianca) o con il masonjoany (pittura facciale tradizionale, di origine vegetale). Che bellezza! Poi riprende la musica, in crescendo. Con i suoni e il frastuono e il profumo che ci avvolgono tutto cambia. Mia nonna, dai dolci lineamenti, si trasforma in un’altra persona. Indica le cose, parla e straparla e la gente risponde. Si arrabbia, grida e singhiozza. Ho paura. Mi nascondo là dietro, in uno sgabuzzino. Lei capisce subito che c’è qualcuno dentro, nascosto. Sono io. E mi ordina, con voce strana, di uscire… Come faceva a sapere che ero lì? Piango. Mia mamma arriva e mi porta fuori dalla casa. – Non aver paura. È arrivato il tromba, lo spirito della tua nonna. Lui ci fa guarire quando siamo malati. Ma io non le credo, perché la nonna non si arrabbia mai. Perché mi ha sgridato? Io non penso che fosse mia nonna. Con quella voce, poi, e tutta irrigidita e così vecchia! Il giorno dopo le chiedo: – Perché ieri mi hai sgridato? – Ma no! Come faccio a sgridare una brava nipotina come te? Nonna davvero non si ricorda che cosa è successo…  
 
VI
  Qualche mese dopo, siamo ad un grande rito per la circoncisione di un mio cuginetto. Un uomo scalzo agita la testa a destra e sinistra, con un cappello di paglia. Suona con l’armonica a bocca un ritmo molto speciale. Ma quanto è bravo questo musicista! Io canto e ballo con tutti, come sempre. In un attimo, non vedo più mia nonna che prima era lì con me. Guardo da tutte le parti per cercarla. Ma niente, non la trovo e nessuno sa dov’è. Voilà, entro in una stanzetta a parte. Lì c’è la mia nonna. Ha tutti i capelli sciolti, che si agitano verso l’alto seguendo la musica. Da dietro un angolo la osservo con attenzione. Si è come irrigidita, come se avesse una crisi. Le buttano addosso il sacro lambamena. Lei suda e poi si siede su una sedia sacra. È un’altra persona. È il tromba. Ma questa volta la sua voce è di bambina e allo stesso tempo di uomo anziano. Alcuni chiedono al tromba, allo spirito, tramite mia nonna, di poter parlare a qualche razana della loro famiglia. Trasmettono le parole alla nonna. Lei parla, con quella voce strana. Racconta cose vere che nessun altro sapeva. I famigliari piangono. A volte svengono perché sentono la voce dei loro estinti. Io mi domando: che cos’avrà mai?                                                 
 
– Tua nonna ha il tromba –, mi dicono gli altri – Non ti preoccupare. È un dono, il suo dono. Tanta gente ammalata le parla. Lei prende le loro mani e accarezza le loro ferite. E le guarisce. C’è anche una bimba che si è bruciata con la pentola sul riso. Mia nonna la prende e sputa sulla sua ferita. Lei guarisce tutti quelli che vanno da lei. Com’è fantastica la mia nonna!
 
VII
  Passano gli anni, oggi è Asabotsy (sabato): mi sposo e lascio la mia terra per amore. Devo volare di là dal mare, molto lontano.  I miei famigliari, soprattutto i nonni e i miei genitori, mi benedicono cospargendomi di acqua di joro4, presto al mattino. «Soavadia». Buon viaggio e arrivederci, mi dice la mia mamma con una lacrima. «Anche se non hai mantenuto quella promessa, sono felice per te». Nonna ha ormai più di novant’anni. E ancora non ha visto un medico. Però il tempo presenta il suo conto. Anche lei inizia il suo percorso verso la terra dei nostri antenati. E il suo cielo, una volta limpido, si fa più opaco. I suoi ricordi, un tempo vivi, svaniscono poco alla volta. I suoi tromba li incontra ancora. Ma sono sempre meno frequenti. Una mia sorella un giorno le dice così: «Nonna, è tempo di diventare cristiana. I tromba appartengono a un tempo ormai passato e lontano». Lei però non ha mai accettato di convertirsi. Mantiene le sue credenze e fa del bene a tutti. In fin dei conti tutti i malagasy credono in Andriamanitra, il dio che ha creato il mondo. Tutti credono anche nei razana, gli antenati che proteggono la famiglia. Non c’è poi questa grande differenza. Sul letto di sofferenza nonna Ravavy dice di sì a qualsiasi cosa, a qualsiasi domanda. Non capisce bene che cosa le diciamo. E non comprende neanche più chi sono io, la sua nipotina adorata. Sa solo che io le porterò lo zucchero da andafy, quel paese lontano dove sono andata. «Sì». Così risponde alla fine anche a mia sorella e alla sua richiesta. Continua ad aspettarmi, senza riconoscere il mio viso. Però il mio nome se lo ricorda ancora. Dice: «Olga è andafy, ma tornerà presto». Anche se sono sempre accanto a lei. Mentre le parlo e l’accarezzo lei mi sorride, dolce…
 
Non so dove sia andata.  In cielo? Forse dai suoi razana?  Esco dalla sua casa, di notte. Mi trucco per farmi bella, come piaceva a lei… e piango…  La mia nonna Ravavy sarà per sempre viva nel mio cuore.  Ciao nonna!
 
Per gentile concessione del Concorso letterario nazionale Lingua Madre.
Il racconto è pubblicato nell’antologiaLingua Madre Duemilaquattordici – Racconti di donne straniere in Italia” (Ed. SEB27).
Annunci